L'editoriale di A. Pasetti presente sul n. 9 di Arkos sembra adatto alle discussioni avvenute su questo forum. Lo riporto integralemrnte
Negli ultimi anni si è assistito, nel mondo della formazione universitaria, alla nascita di svariati corsi di laurea di nuova impostazione,
sia come impianto che come organizzazione, differenziati e articolati in diversi anni di corso secondo la riforma universitaria; tra questi la Laurea in Conservazione dei Beni Culturali. Inoltre vi è stato un notevole aumento nel numero di corsi di formazione triennale e di corsi di carattere regionale o connessi con finanziamenti di progetti di ricerca, con differenti durate e obiettivi. Tutto ciò ha posto una serie di problemi, soprattutto sulle figure professionali che si vogliono sviluppare.
Non sempre è chiaro quale deve essere il ruolo di queste nuove figure, spesso frutto di una commistione disciplinare assai confusa, ma soprattutto superficiale, con un insieme di discipline che vengono proposte ai discenti in forma necessariamente affrettata, vista l'enorme mole di nozioni in esse contenute. A tal proposito non è pleonastico ricordare che sovente anche nei corsi 'normali' di laurea, non sempre è sufficiente il tempo disponibile per una formazione soddisfacente degli studenti e, per le discipline che più ci interessano, queste sono prevalentemente impostate dal punto di vista teorico, senza nessuno o con pochi approcci di tipo pratico. Certamente questi ultimi sono di più difficile attuazione, implicando spesso la non disponibilità dei siti e ponendo problemi sul piano della sicurezza; tuttavia questo problema viene spesso e volentieri eluso. Sembra quindi doveroso chiedersi quale dovrà essere il ruolo di questi nuovi laureati, la cui definizione professionale risulta ben poco connotata, proprio per la grande quantità di materie di studio che vengono loro proposte, per ovvia necessità a piccole dosi, e in maniera diversa in funzione dei diversi Atenei.
A queste problematiche formative si sommano nuove richieste dal mondo dei lavoro, nella fattispecie quello del vasto ambito del restauro e della conservazione. È fuori discussione che, a parte la crescita delle conoscenze necessarie a tutti coloro che, ai diversi livelli, operano nel settore dei restauro, si sente da qualche tempo l'esigenza di una nuova e complessa figura professionale che viene convenzionalmente definita esperto diagnostico o progettista diagnostico. E questo nasce dalla crescente presa di coscienza dell'importanza di una fase diagnostica preliminare che abbia dignità e autonomia proprie e che fornisca a chi progetterà l'intervento, avendone la piena responsabilità, tutti gli elementi conoscitivi necessari.
Pur trattandosi di un ambito professionale in via di evoluzione e per il quale non sono ancora ben definite le competenze concrete che dovranno essere disponibili da parte dei giovani che entrano in questo settore, si possono comunque individuare, in particolare nel settore dei restauro architettonico, una serie di azioni che dovranno essere di competenza di tale 'esperto'. Sembra evidente che la figura dei diagnosta debba implicare la conoscenza di varie discipline, o meglio considerare in via preliminare quali possano essere le necessità progettuali
e in corso d'opera. Soprattutto, il diagnosta deve avere una chiara conoscenza di quali saranno i problemi progettuali e di direzione lavori, per cui sembra improbabile che tale figura possa nascere solamente da corsi universitari prevalentemente teorici. Non solo, ma 12 figura richiesta è talmente complessa e multidisciplinare, oltre che esperta in una sorta di equilibrio d'intervento, di sottile valutazione della causa e dell'effetto di ciò che si vuoi ottenere in funzione dell'azione esercitata, che oggi sono ben poche le persone che possono assolvere questo compito in maniera individuale, missione che può invece essere compiuta in forma collegiale, proprio per evitare che determinate discipline prevalgano su altre a scapito dei risultato finale.
È ormai notorio che la Commissione NORMAL, che ha compilato il Capitolato speciale tipo per il Restauro di Beni Architettonici Archeologici Storico-Artistici, su incarico dei Ministero Beni Culturali (il quale non lo ha ancora ufficializzato, anche se io ha sottoposto a una sperimentazione sul campo presso alcune Soprintendenze), ha ripetutamente fatto presente la necessità che il Progetto diagnostico sia sviluppato da un 'esperto' (la cui figura dovrà essere definita anche da un punto di vista legale) che dovrà:
- effettuare il sopralluogo preliminare;
- stendere il piano di prelevamento dei campioni (su fotopiani o comunque su base grafica);
- curare il corretto prelievo dei campioni;
- stabilire quali indagini dovranno essere effettuate su ogni singolo campione e con quali metodologie (possibilmente utilizzando la normativa esistente);
- indicare i laboratori più esperti nei singoli casi;
- a valle del ritorno dei risultati analitici, stendere la relazione finale che dovrà contenere tutti i consigli per l'individuazione dei metodi conservativi (che comunque
- spetta al "progettista dell'intervento");
indicare l'opportunità di prove preliminari su scala pilota su piccole superfici dei monumento e il piano per la loro esecuzione.
Non dimentichiamo che tale figura è stata studiata, per il momento, solo per quanto riguarda i compiti dei chimico, del petrografo, del fisico e dei biologo, ovvero delle discipline che implicano indagini di laboratorio. In questo contesto mancano ancora le voci degli architetti¬restauratori e degli strutturisti dei costruito storico. Per svolgere questi compiti tale 'esperto' non dovrà essere necessariamente un analista, ma avere vaste conoscenze sulle tecniche d'indagine, sui metodi d'intervento, nonché sulle evoluzioni delle teorie sul restauro (basti pensare alle recenti discussioni sul principio della 'reversibilità'). È proprio per questo che sia i nuovi corsi di laurea, sia quelli più tradizionali dovrebbero essere pensati più in concreto, puntando su una formazione di vera conoscenza, perché coloro che dovranno operare nel campo del restauro, dovrebbero essere prima di tutto garanti nei fatti e non solo a parole della conservazione dei manufatti storici.