Salve a tutti, devo restaurare degli autografi di meta' '800 molto ossidati e con gli inchiostri che, ormai, stanno forando la scrittura. Vorrei provare la deacidificazione spray, ovviamente dopo tutte le fasi di pulitura a secco, con Paper saver apray. Ho gia' letto i risultati del CCI pero' vorrei sapere se qualcuno ha avuto modo di provarlo, gli effetti nel tempo etc. Oppure e' meglio il Book Saver (anche se mi sembra simile). Ho anche un altro dubbio riguardo la sutura degli strappi dopo la deacidificazione, non essendo comunque lavato potrebbe formarsi la gora (dovrei usare il Klucel in alcool)? Grazie anticipatamente a tutti Alexandra
Caro Enrico, ti ringrazio per la risposta e, purtroppo per me, hai confermato i miei dubbi. Per sostanza chelante intendi ad esempio il fitato di calcio? Ho letto che si sta sperimentando ora e non consigliano tentativi su opere di interesse storico. Inoltre il processo necessita di bagni veloci in alcool etilico, poi in acqua ed alcool, poi con il fitato ed ancora con bicarbonato di calcio ed alcool. Un po' lungo ed incerto dovendo affrontare degli autografi (visto che ancora in sperimentazione). Pensavo intanto di fare il test "Non-Bleending" per avere la certezza del tipo di inchiostro, poi tutte le puliture a secco del caso e poi...................! Cosa ne pensi del propionato in alcool passato pero' a tampone per evitare i residui biancastri? L'ho fatto altre volte su inchiostri similari ed il risultato e' stato ottimo, ma non erano autografi di interesse storico!!!! Devo, ovviamente, essere molto cauta ed essere abbastanza certa di quello che faccio. Cosa mi consigli? Qualcuno ha gia' provato il fitato di calcio? Grazie a tutti.
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a riguardo del propionato di calcio... sono curioso di sapere in che maniera i risultati sono da te giudicati soddisfacenti... si è innalzato il ph ? purtroppo per trattamenti a tampone mi sembra che il propionato sia un po' blando, non è inoltre da sottovalutare il fatto che comunque il trattamento in propionato di calcio lascia una "coda" di acido propionico nel supporto (i cui effetti nel lungo termine non so se siano stati studiati), in effetti la coda esiste anche per il trattamento in bicarbonato di calcio salvo che la coda è acido carbonico che per tanto si trasforma in anidiride carbonica e vola via... ciao Ale
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Cara Alexandra,
Il fitato di calcio è in uso ormai da anni... tranne in Italia dove, per ragioni che non voglio indagare qui, c'è molta resistenza. Il trattamento che tu hai descritto è quello più lungo e complesso. Esiste la possibilità di utilizzare direttamente soluzioni non acquose di fitati (leggi per es. J.G. Neevel, (Im)possibilities of the phytate treatment of ink corrosion). In ogni caso ho utilizzato svariati trattamenti ai fitati quasi fin dalla loro prima descrizione nella letteratura. Nello stesso tempo ho tenuto d'occhio l'andamento del pH superficiale di alcuni materiali trattati con un sistema di deacidificazione non acquosa (ma senza fitati). Non ho proprio il ben che minimo dubbio sulla loro efficacia. Certo l'applicazione va fatta PER BENE, seguendo letteralmente le istruzioni e senza l'approccio un pò pressappochistico che ho visto in qualche restauratore durante la preparazione dei prodotti da usare. Ovviamente non voglio forzarti ma vorrei poi chiederti a cosa ti servirebbe fare il test sugli inchiostri se non hai intenzione di trattarli (si tratta del test per il rilevamento del ferro, del rame o di un semplice test di solubilità ?). Per quanto riguarda le osservazioni di Alessandro, io sono d'accordo con lui. A suo tempo avevo fatto alcune prove di confronto tra gli effetti di vari sistemi di deacidificazione. Purtroppo il propionato non si è comportato molto bene.
Quello che dici e' vero. Ho usato il propionato per un manoscitto personale in condizioni disperate, con grave degrado degli inchiostri e del supporto. A distanza di diversi anni il risultato sembra essere buono (per ora!) E' ovvio che e' una mia personalissima opinione. Nel ms sono presenti miniatura, inchiostri solubili, grandi lacune nel supporto, sia per mancanze che per la corrosione degli inchiostri, cosa mi avresti consigliato di fare?
Questo ci riconduce al tema iniziale degli autografi (che non sono miei!), cosa mi consigli di fare?
Caro Enrico, volevo fare il test per avere la certezza del tipo di inchiostro e vorrei anche trattarli, qui ti chiedero' un altro consiglio sui vari trattamenti. Ritieni sia inutile farlo?
Quello che mi hai detto sul fitato e' fantastico e, se posso, ti vorrei chiedere che processo hai usato esattamente, tutte le istruzioni come ,giustamente, dici tu va fatto PER BENE. Ma perche' in Italia c'e' reticenza sull'argomento? Quali sono le motivazioni? Scusa per tutte queste domande ma non ho trovato molta letteratura in merito e quindi ne so poco. Quindi se ho capito bene non mi consigli la deacidificazione spray e la strada del fitato e' percorribile, senza problemi. Grazie
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Cara Alexandra,
Esistono svariati test per il rilevamento di metalli. Neevel e il suo gruppo ne hanno messi a punto un paio per il rilevamento degli ioni di Fe2+ e di Cu 2+ (se non ricordo male) sui manoscritti. Il loro scopo è determinare con un certo grado di accuratezza le quantità degli ioni liberi in modo da poter agire di conseguenza. I test andrebbero ripetuti dopo il trattamento per vedere se ha avuto successo. Ma se sei solo curiosa di sapere se la tua identificazione è corretta allora basta una lampada di Wood (luce nera o vicino ultravioletto). Se l'inchiostro emette fluorescenza allora è a base metallica. Il sistema è sicuro, non distruttivo (ma attenzione agli occhi) e in più permette di fare anche altre osservazioni (per es. determinazione più precisa delle aree ossidate). Se invece l'idea è di trattare i pezzi allora le cose cambiano e il test di Neevel può suggerire la lunghezza delle immersioni. Per quanto riguarda la preparazione del prodotto, la descrizione è sull'articolo che ho citato e che puoi trovare agevolmente all'ICCROM. ATTENZIONE che la preparazione del prodotto è un pò difficile (sicuramente più difficile di quello in fase acquosa). In compenso puoi applicarlo a spruzzo o per immersione. Se hai difficoltà puoi contattarmi tranquillamente.
NON HO DETTO CHE SCONSIGLIO LA DEACIDIFICAZIONE NON ACQUOSA (non necessariamente spray)! Ho detto che da sola non basta.
Per quanto riguarda le motivazioni sulla mancata diffusione di questa tecnica in Italia, preferisco non entrare in argomento in questa sede. Se ti interessa possiamo parlarne in privato. Si tratta comunque di mie opinioni personali e quindi opinabili.
Infine avrei anche io una domanda: di che tipo di carta si tratta?
Ciao Alexandra, questo website http://www.knaw.nl/ECPA/ink/ e' il piu' aggiornato in materia di inchiostro metallogallico, e descrive il progetto pilota di Neevel e Reissland. E' molto interessante, da' diversi suggerimenti su come valutare lo stato degli inchiostri e conseguentemente decidere se trattarli o no. Presso il laboratorio in cui al momento lavoro sono state fatte delle prove. Il trattamento in realtà puo' risultare stressante per opere con inchiostri in stato avanzato di corrosione del supporto, perchè i documenti vengono immersi in piu' bagni diversi: prima in soluzione acquosa di fitato di calcio e polvere di carbonato di calcio e poi in una soluzione acquosa di bicarbonato di calcio. In genere noi non facciamo la deacidificazione degli inchiostri, ma supportiamo le aree che necessitano con tessuto giapponese (2 gsm) e gelatina type B (bloom 180-220) in soluzione acquosa al 3%.
ti ringrazio molto per le tue informszioni molto utili. Riguardo la gelatina non l'ho mai usata. Per poterla provare con quale nome la trova esattamente? Mi potresti spiegare meglio la sequenza delle operazioni? Non deacidificate e mettete direttamente la carta giapponese e poi la gelatina, ma come? Che risultati vi ha dato?
Resp. laboratorio conservazione e archivista Moderatore
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L'uso della gelatina come adesivo è consigliata dalla Reissland. La teoria è basata sulla possibilità di diminuire lo spostamento di ioni metallici liberi in un mezzo acquoso. Gli studi dimostrerebbero che all'aumentare di acqua nell'adesivo aumenta pure lo spostamento di ioni. Comunque valgono le stesse indicazioni: senza stabilizzazione non serve a nulla. Le pagine semplicemente anneriscono su aree più limitate. Il fenomeno di deterioramento rimane.
Cara Alexandra, devi necessariamente fare il trattamento degli inchiostri? Molto spesso un ambiente adatto, senza eccessive variazioni di umidità , permette agli oggetti di stabilizzarsi secondo un loro equilibrio; pure gli studiosi già citati sconsigliano di usare il trattamento fitato di calcio/ bicarbonato di calcio come mezzo di prevenzione: e’ un procedimento complesso, il supporto spesso e’ molto indebolito dalla corrosione degli inchiostri, e in uno degli ultimi workshops Neevel e Reissland hanno sottolineato di intervenire il meno possibile; se deacidificano opere con inchiostro metallogallico, lo fanno immergendo i fogli uno ad uno supportati da una lastra di plexiglass; i bagni sono 3 di circa mezza ora ciascuno, quindi il processo risulta lungo e faticoso… noi, anche per la politica dello studio in cui mi trovo, come ti dicevo in genere non trattiamo gli inchiostri, ma supportiamo le aree in cui il media ha forato il supporto usando un velo giapponese sottilissimo ( 2g al mq) e come adesivo la gelatina. Come giustamente diceva Enrico, la gelatina viene usata per le sue proprieta’ di incapsulamento degli ioni Fe II in eccesso: blocca gli ioni, a differenza degli adesivi a mezzo acquoso, che invece ne favoriscono la dispersione. Si tratta di gelatina animale di tipo alimentare (non fotografica!), grado B (derivata da produzione per idrolisi basica), low viscosity, quindi low bloom (180-220).
(vedi Gesa Kolbe in Restaurator 25, pp.26-39 e Thi-Phuong Nguyen in PaperRestaurierung 2005, pp.31-34)
La sciogliamo in acqua deionizzata ad una temperatura che deve stare al di sotto dei 50 gradi C (attenzione, il sovrariscaldamento ne cambia le prorieta’!). Concentrazioni: 3% se usata sulla carta, 6% sulla pergamena. La letteratura consiglia di usarla ancora tiepida, ma, se tanto liquida, crea problemi di eccessivo assorbimento nel supporto, e di non adeguato ancoraggio. Noi la lasciamo raffreddare e conserviamo in frigorifero, da cui la prendiamo solida e setacciamo 3 volte, proprio come si fa per la colla d’amido. Quando la stendi sulla carta giapponese, tende a fare dei pallini, che si possono ovviare appoggiando delicatamente il rattoppo su una carta assorbente prima di posizionarlo sull’opera. Inconveniente: la resa e’ un po’ lucida, ma si sopravvive.. se invece usiamo il tessuto giapponese superleggero, dobbiamo obbligatoriamente passare l’adesivo attraverso il velo, sottopeso, e poi eliminare l’eccesso di fibre giapponesi. La resa e’soddisfacente, e per lo meno le parti indebolite o lacunose sono supportate maggiormente!
Leggevo che pensavi di fare una deacidificazione a base alcolica.. attenzione, l’alcool puo’ solubilizzare elementi eventualmente aggiunti per intensificare il colore dell’ inchiostro, come le aniline, che sono sensibili ai solventi organici!