“La pratica con un maestro che ti insegna l’arte del restauro†ti può dare soprattutto maestria in una tecnica. Il restauro richiede qualcosa di più. Per esempio la sensibilità e la cultura che ti permettano di capire il contesto nel quale l’Oggetto è nato e, quindi, il suo senso profondo che tu non puoi ricreare altrimenti cadi nella falsificazione, nel lifting. Un mio cliente ebbe a dirmi che pensava che restaurare un mobile fosse come portare la vettura incidentata dal carrozziere!!!!. I libri sono utili, per esempio, per capire il modo di vivere, di pensare, di procurarsi i prodotti nei vari nostri passati e luoghi. Solo i libri ti possono dire come era la buona cucina nel 500, e se tentassi di ricreare quelle antiche ricette, lo faresti con la tua mediazione culturale ed i tuoi prodotti moderni: avresti, cioè dei cibi completamente diversi. E questa si chiama falsificazione. pierpaolomasoni
Mi spiace, non posso seguirti, voli troppo alto. Io sono un umile artigiano che si ferma alla conservazione di segni che miei simili hanno lasciato, conscio dei miei limiti e con tanti dubbi. Le "verità " te le lascio volentieri: mi farebbero sentire più limitato di quanto non sia. pierpaolomasoni
Dottore in Chimica - Consulente Restauro Moderatore
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mi permetto nuovamente di intervenire per cercare di apportare il mio contributo e un diverso punto di vista.
Roberto, come si evince dai miei precedenti interventi il mio concetto di restauro è molto diverso da quello che tu sostieni essere il "Vero Restauro". Il tuo concetto penso che non tenga conto di decenni di studi e di restauratori, di ricerca e di ragionamenti.
Brandi, Mehra, Baldini, Berger, ecc. e moltissimi altri a diversi livelli non sono solo nomi ma rappresentano concetti specifici di chi con il lavoro di intere vite ha cercato di approfondire molto detagliatamente cosa sia il "Vero Restauro" e ha collaborato con altre persone e non si è limitato a una ricerca personale. Pertanto, se mi permetti, mi dissocio dalla definizione che ne hai dato tu.
In prima istanza, e da un mero punto di vista tecnico, mi viene da domandarti con quale presunzione ritieni che quello che la tua ricerca personale ha stabilito come "il metodo originario" sia davvero assolutamente, al di là di ogni dubbio il metodo originario. Se fra 10 anni ti accorgerai di aver trovato un ingrediente migliore, "più originale" e "naturale", come farai a correggere l'errore nei tuoi precedenti lavori? Ti rendi conto che nel frattempo avrai solo contribuito a confondere le idee a chi intervenendo dopo di te cercherà di ricostruire la tecnica originaria? Avrai contribuito alla falsità non alla verità del restauro! Chi studierà un oggetto restaurato da te non capirà più se questo o quel materiale c'era già dall'origine o ce lo hai aggiunto tu. Non capirà più se quel materiale era disponibile o è stato inserito in un secondo momento. Se usi invece un materiale chiaramente riconoscibile e certamente di restauro, studiato per sostituire quel materiale originario e avere inoltre altre proprietà desiderabili (come ad esempio migliore reversibilità , minore tendenza ad alterarsi, ecc.) e al contempo riesci a rendere nuovamente percepibile l'oggetto nel suo insieme da un punto di vista estetico e funzionale avrai, secondo me, fatto un miglior servizio a chi ricerca la Vera ricostruzione delle tecniche antiche con strumentazioni e sistemi sempre più sofisticati e basandosi sulle esperienze delle generazioni che ci hanno preceduto.
Ricercare le tecniche originarie è una cosa giusta, direi fondamentale. E' di massima importanza conoscere le tecniche antiche e conoscerle sempre meglio ma se c'è chi continua ad imitarle diventa difficile distinguere ciò che è artefatto e ciò che è originale... ciò che è supposizione da ciò che è certezza.
Nel caso in esame aggiungere ad esempio delle resine terpeniche (resine naturali moderne) su altre resine terpeniche (resine naturali antiche) può provocare delle contaminazioni nei rapporti specifici tra i composti della resina antica. Queste contaminazioni possono rendere impossibile l'identificazione esatta della tipologia di resina storicamente usata.
Questo solo per fare un esempio pratico. Non mi metto nemmeno a discutere della disquisizione teoretica che ci sarebbe dietro.
Marco NICOLA MODERATORE AREA AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE
Conservation Scientist - Diagnosta dei Beni Culturali Analisi chimiche, chimico-fisiche, petrografiche, biologiche... e ricerche per lo Studio, la Conservazione e il Restauro del Patrimonio Artistico sito: http://www.adamantionet.com
Roberto, premesso che la mia intenzione non è quella di troncare il tuo discorso e che rispetto profondamente le tue idee, mi trovo costretto ad avvertirti che la tua posizione è un pò datata (fine 800 - inizi 900).
Innanzitutto esaminiamo l'aspetto lessicale: il termine italiano restauro (inteso letteralmente come ripristino o restaurazione dello stato originario della materia) contrasta con la più ampia visione di conservazione (termine, a livello internazionale, unico ed univoco). Al fine di correggere le carenze proprie del termine "restauro" è stata coniata l'espressione "restauro conservativo". L'intento è stato quello di eliminare dal concetto di restauro ogni sottinteso di ripristino lasciando in vita un termine che accusava limiti concettuali immensi. Sotto l'aspetto operativo l'unico fine del "restauro conservativo" è quello di conservare l'opera d'arte consegnataci dal passato come eredità culturale (cultural heritage) al solo scopo di trasmetterla inalterata alle generazioni future. Per alterazione s'intende, al di là delle variazioni indotte dal tempo e dall'ambiente, qualsiasi mutazione indotta dall'uomo allo scopo, per esempio, di ripristinarne "l'antico spendore" Roberto,
non ci è concessa alcuna macchina del tempo o altro marchingegno simile che ci consenta di "restaurare la storia"
il concetto di opera d'arte prescinde dai materiali utilizzati per realizzarla al punto che l'indiscusso teorico del restauro (Brandi) ebbe ad affermare che si restaura esclusivamente la "materia dell'opera d'arte" e non certamente l'opera d'arte di per sè. Da ciò ne consegue un dato di fatto che non vuole disconoscere il valore dell'opera del restauratore: non è corretto parlare di "arte del restauro" si darebbe adito a ... fantasiose interpretazioni.
per finire, il concetto di falsificazione è l'esatto opposto di quello che emerge dalle tue frasi. Si falsifica, per esempio, ripristinando una lacuna in modo talmente "preciso e fedele" da non consentire la distinzione fra la parte restaurata e quella originale. In architettura non sono rari i casi in cui, ritenendo che la presenza di una vasta lacuna non consentisse la corretta lettura di un apparato decorativo, si è scelto di riproporla in copia rimarcando la differenza fra l'originale e la copia tramite l'utilizzo di materiali volutamente diversi.
Roberto, raggiungiamo un accordo ? Il tuo contributo, sotto l'aspetto squisitamente tecnico-operativo è gradito.
Tuttavia non essendo l'aspetto teorico una tua specifica competenza, ti prego di astenerti dal pubblicare concettualizzazioni estemporanee. Credimi, sono argomenti "scottanti" che presuppongono specifiche conoscenze.
Devi anche comprendere che il settore del mobile antico (al pari di quello automobilistico di cui sono un appassionato) sfugge, probabilmente per motivi squisitamente commerciali, a certe regole della conservazione.
Un certo genere di discorsi, a mio modesto parere, sono più adatti per un forum di antiquariato.
MI trovo ancora una volta a sostenere il concetto secondo il quale, la necessità o meno e la quantità e qualità di una finitura applicata ad un manufatto dipende, oltre ovviamente alle specifiche vicende storiche del'opera in questione, in massima parte dalle metodologie di pulitura che vengono applicate. e' ovvio che più la pulitura sarà rispettosa meno sarà necessario applicare nuova vernice. Come prassi consolidata nel restauro ligneo la sverniciatura totale dellle opere comporta la necessità di una finitura imitativa mentre se si prende in considerazione di evitare o di minimizzare l'asportazione di materiali filmogeni originali o non originali, alterati o non alterati, la necessità di un intervento di finitura si sposta verso
- verniciatura localizzata (delle intergrazioni) - integrazioni delle lacune nella vernice - trattamenti protettivi generali : minima applicazione di una finitura con scopo puramente protettivo
quet'ultimo all'estero viene praticato con l'onnipresente Paraloid b-72 o b-67 ma sta prendendo piede l'uso di regal rez 1126 o 1094 anche come vernice isolante prima della finitura con altri materiali meno "plastici" dal punto di vista estetico come cere o resine naturali, ma tenendo distinta la finitura applicata in fase di restauro dalla finitura che si trova sull'opera al momento dell'arrivo al restauratore che sia essa originale oppure no. Inoltre mi permetto di segnalare che le finiture quando non originali fanno parte del percorso del manufatto attraverso la storia e non sò se è compito del restauratore il decidere o meno della loro asportazone sistematica. A mio avviso l'asportazione di una finitura seppure palesemente non coeva può essere decisa solo se totalmente alterata ed alterante e se la sua rimozione non rappresenta un pericolo per il'intergità del manufatto. Sono noti casi in cui la vernice non può essere in alcun modo rimossa seppure alterata oppure la sua rimozione rappresenta una scelta difficile.
Forse la questione della pulitura delle opere lignee e dei mobili richiederebbe un post apposito.
su queste tematiche consiglio l'ottimo e monumentale volume di S.Rivers e N.Umney FURNITURE CONSERVATION Butterwort 2003.
lasciamo perdere intanto le questioni filosofiche, estremamente interessanti, ma di fatto siamo tecnici e interveniamo (si spera) solo a livello tecnico. Per quanto riguarda le puliture sarebbe ora che anche i restauratori di manufatti lignei, la smettessero di usare lo sverniciatore commerciale a base di cloruro di metile. a parte che trovare mobili che arrivino integri con le loro finiture del '500 è quasi impossibile. spesso però conservano ancora tracce di velature autentiche ad esempio riprese ad olio per accentuare le venature che con metodi drastici di pulitura ( sverniciatore e paglietta) vengono completamente cancellati. si auspica l'utilizzo di metodi meno invasivi per la pulitura, gestendola così in modo selettivo. basta trasferire nella pratica di questo ramo del restauro l'approccio metodologico usato nelle policromie. posso usare al posto dello sverni a ph 4 che poi lo devo lavare perchè altrimenti continua a lavorare, posso invece per rimuovere una vernice a base di gommalacca uso un alcol a diversi gradi ( 92° 96° o assoluto, oppure un metilico) addensato con una cellulosa, ovviamente anche su legno sarebbe meglio decolorare sempre l'alcool, perchè il suo colore rosso è dato dall'anilina. insomma le possibilità sono tante ma il punto è che il restauratore del legno deve in qualche modo superare la sua visione solo artigianale, per studiare un pò di più. quindi concordo pienamente con Bestetti e aprirò quanto prima una sezione pulitura, ma anche altre su temi specifici.
Claudio Marziali restauratore arredi e scultura lignea policroma